Primo Maggio – Riusciremo a tornare alla vita di prima?

Di Giuseppe Ferraro

Riusciremo a tornare alla vita di prima? Prima che si diffondesse l’epidemia nel mondo intero, la domanda era nascosta, latente e presente nell’esistenza personale di uno che fa i conti con il proprio passato vissuto e perduto nell’incertezza di un futuro sconosciuto. Arriva poi l’epidemia del Covid-19, la peste polmonare, che impone la distanza e di restare a casa. La libertà è ristretta. Ognuno è per l’altro il pericolo di un contagio. Ed è strano pensare che il lessico della malattia è lo stesso dei sentimenti. Ci si contagia. Il passaggio dall’infezione all’affezione, dall’influenza alla dipendenza è a stretto giro di voce. Ritorneremo alla vita di prima?

Il pensiero di uno non è mai stato così vicino a quello di un altro. La storia di uno si scopre sullo stesso cammino dell’altro. Non si è mai stati così vicini sul fondo di un’uguale intimità. Mai prima il bene comune è stato così fragile mostrandosi nella sua nudità, posto fra il proprio e l’improprio. La fragilità di ognuno è nel legame fra la vita che si è come vivente e la vita che si ha come esistente. L’una è impropria, come quella di ogni vivente. L’altra invece è propria dell’abitare, dei legami, delle ragioni e dei sentimenti propri. La vita impropria ha il sapore del desiderio, l’altra, quella propria, sa di nostalgia. Si può anche esprimere così, l’una che viene e l’altra che se ne va. Uno prova ogni volta a rincorre in cerchio, perché la fine riprenda il principio e il dopo diventi ancora prima. Non però come prima. L’esistenza è appena un arco di vita, resta curvato sull’abisso del principio e della fine. Si tendere la corda e farlo risuonare del ricordo di una prima non vissuto e un fine mai raggiunto. Sono posti dall’altra parte. Sono di un’altra vita come è la vita di un altro che viene al mondo.

Ritorneremo alla vita di prima? C’è più di un’inquietudine sottesa alla domanda, perché è il ritorno della vita che si reclama. Sottovoce è racchiusa l’apprensione del Ritornerà di nuovo la vita? Ritorneremo a vivere? Come saranno dopo le nostre relazioni? Cambieranno i costumi, le abitudini? Cambierà anche l’amore?

La libertà non è l’abitudine. Liberarsi è giusto il contrario. È non lasciarsi consumare dall’usuale. Eppure la familiarità è nella consuetudine, nell’abitare, nei rassicuranti gesti giornalieri che ci tengono al sicuro, sereni, abbandonandoci alla segreta intimità del riparo. Uno così si sente libero e legato. La ribellione alle misure restrittive del governo non sono giuridiche, invocano nuovi legami.

Quella domanda a risentirla nella registrazione insistente sottende la paura di trovarsi esposti all’imprevedibile, allo sconosciuto, a un cambiamento verso il quale non si è abituati, perché non si hanno ancora i mezzi e le sicurezze necessarie e tutto è a rischio. Il domani è sconosciuto quanto l’altro che s’incontra per strada. Uno sospetta l’altro del contagio e del pericolo dal quale guardarsi. Solo però a guardarsi nell’altro ci si può riguardare. A sfuggirlo e sospettarlo si perde se stessi.

La cura non è la guarigione. Dopo che una malattia avrà fatto il suo decorso e la cura sia riuscita a debellare il male, un medico congeda chi ha sofferto con quell’attenzione del riguardarsi. La cura non è la guarigione. Nel segreto della sua voce “guarigione” rimanda a “guardare”. Richiama la “guarnigione” come una postazione di difesa. “Riguardarsi” è avere uno sguardo diverso sulla propria vita dopo che c’è stato un male a ferirla, sia del corpo e dell’anima. Sia stata una malattia o un sentimento che si sia rovesciato come un cristallo che rifletteva mille colori ed è andato in frantumi. Bisogna riguardare la propria fragilità. Avere riguardo di quell’“essere fra” la vita che si è come viventi e la vita che si ha come esistente. È questo il legame più importante di cui ogni altro si fa significante. L’amore ne risuona, l’altro del suo legame è significante di tutta la propria vita. L’amore è fragile. Il vero amore è fragile come fragile e ogni cosa accompagnata da quel “vero” che dice della vera libertà, del vero amico, della vera vita. E ogni volta quel “vero” dell’amore si sa quando è perduto. Anche per la libertà è così. Si sa quando è perduta. Bisogna averne riguardo per non perdere la libertà e l’amore, per non perdere l’amicizia vera e la vera gioia della vita.

La libertà non è fatta dall’abitudini. È fatta di legami. Nessuno è libero da solo. La libertà non è nascondersi dietro un albero. Liberi si è manifestamente. La libertà è manifestazione. L’amore si manifesta. E sul manifesto della libertà c’è la sola scritta “amore”.

Ritorneremo a vivere come prima dopo i mesi di distanza e con le disposizioni del distanziamento sociale? La storia della distanza è la stessa dell’interiorità. La storia dell’Etica è il racconto dell’allestimento di quel dentro del Sé dove abita ogni io e dove ognuno ritorna ad essere se stesso. È l’altro che ci riguarda come noi stessi siamo ad averne riguardarlo.

I mesi sospesi dei giorni dell’epidemia globale in cui ci si è trovati di stanza nel proprio abitare fanno ripensare alla memoria non come quel che è stato prima, ma come a un “prima” senza data e al quale ritornare per iniziare di nuovo a vivere. È un prima senza tempo, non si può rammentare e nemmeno dimenticare o rammendare. È un “prima” che non si scorda perché risuona al primo nuovo incontro che ne fa risuonare il desiderio. È ritornare a vivere come prima non si è vissuto, com’è la memoria dell’amore. Non sarà il prima di un dopo, ma un prima non avvenuto in quello che fin qui è accaduto.
(G. Ferraro, dalla prefazione a “La memoria dell’amore”, ed. Chiare Lettere)

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