Il Primo maggio, la libertà ed i legami con il diritto del lavoro.

di Giuseppe Ferraro
ferraro.filosofia@gmail.com

Il Primo Maggio segue il 25 Aprile lungo l’arco di una settimana, sulla stessa linea dei giorni dove si legge la Libertà. Il 25 Aprile più ancora che dall’occupazione straniera è la festa di liberazione della libertà. Non una guerra d’indipendenza né una resistenza militare come sul Piave, perché fu la resistenza civile, dei cittadini, la liberazione della libertà negata da un regime che opprimeva. La libertà è fatta di legami. Nessuno è libero da solo. Il grado di libertà per ognuno si misura dalla qualità dei propri legami. Anche per un Paese è così, il grado della sua libertà si misura dalla qualità dei legami sociali. La politica nella sua più alta espressione è la manutenzione dei legami sociali, per questo è l’arte della libertà. Il Primo maggio ancora alla libertà si richiama, per i legami di diritto del lavoro. Quello che sul piano giuridico è il diritto, sul piano etico è la dignità. L’etica esprime il diritto non scritto di cui la giurisprudenza si fa legislazione. Il Diritto  si avvicina e indica la Giustizia, senza però eliminarne lo “spread”. Fra il giusto e il diritto s’insinua il rovescio. La dignità non si scrive, si vive. La dignità è della nascita, di chi viene al mondo. Il diritto ne assicura la libertà, nella qualità dei legami perché siano significanti del legame più importante fra la vita e l’esistenza, fra il mondo e la vita. Il benessere senza felicità è avaro, la felicità senza benessere è misera. Si dicono “ultimi” quelli che vivono invisibili, senza esistere, senza lavoro, senza casa. Nel Vangelo la versione latina li chiama “minimi”, quella greca “elachistoi”, il significato è lo stesso “chi vive nelle condizioni minime d’esistenza”. Quest’anno di epidemia il calendario ha voluto che le festività di passaggio avessero date ravvicinate, Resurrezione, Liberazione, Lavoro. Tutte legate alla memoria del sacrificio, quello del Primo Maggio in ricordo degli operai morti a Chicago per il diritto alla dignità.

A Napoli il Primo Maggio era già una festa dell’espressione più alta dei legami e della libertà. Era la festa dell’ospitalità. Chiunque poteva mettere alla porta di casa un segno, un colore, un panno e chiunque passava poteva entrare come ospite e mangiare insieme. A Napoli mangiare non basta mai, Pulcinella ha sempre fame. Non è solo per il cibo. Si ha fame di affezione. Per bambini ci si preoccupa che mangino “tutt’ e cose”. E quel giorno per strada quando cominciavano ad arrivare in tanti i migranti, il venditore ambulante chiese a gran voce al giovane migrante se avesse mangiato. Mi suona ancora nell’orecchio quella voce che a distanza, alta e sonora, lo invitava per mangiare insieme. A Napoli la fame non si soddisfa col cibo, non basta mai. Pino Daniele dice che aupucundria è di “chi è sazio e dice ch’è diuno”. Non basta mai, è un sentimento d’affezione a questa Città e ai suoi legami, la dignità è sazia e digiuna, fa fatica a esprimersi fra la confusione della burocrazia e la prepotenza dell’ingiustizia. Il Primo Maggio deve essere anche la festa di chi lavora senza diritti, invisibile, al nero. Ai Quartieri trovi tanti che lavorano in bottega fino a tarda sera. Il “padrone”, si chiama così l’imprenditore, è stretto fra la burocrazia e la camorra. In carcere ci fu chi della mafia mi disse, “professo’ è la burocrazia che ci dà spazio”, arrivano direttamente, lo stato viene in ritardo e non vede, perché non può e alla fine non deve, per confusione e collusione.

Questi giorni a Napoli è riemersa l’economia che un tempo si diceva “del vicolo”. È diventata l’economia del vincolo sociale. È l’economia dei nuclei di comunità sostenuta dal volontariato, da fondazioni, da impegni personali. La dignità supera il diritto che inciampa nella modulistica che non fa vedere in viso e non fa sentire la voce dello sconosciuto, invisibile, senza casa e residenza, senza occupazione riconosciuta, nella condizione minima d’esistenza.

Il Primo Maggio a Napoli era la festa dell’ospitalità. Si poteva essere ospiti di chi non si conosceva, per quella familiarità che solo a Napoli è vissuta anche con chi incontri per la prima volta, perché sei nato qua e, se non sei nato qua, è lo stesso, per dignità, perché “ci veniamo a trovare” dove stiamo insieme. A Napoli “visitare” si dice per i musei. Si dice “andare a trovare” per le persone, “ci veniamo a trovare”, “ce venimme a truva’”. Il Primo Maggio è la festa del diritto alla dignità, per tale resta la festa della comunità. Il concerto, la musica, ci fa stare insieme, dovremmo però pure riprendere ad ospitarci e venirci a trovare insieme. Il 4 Maggio era poi la giornata dei traslochi, o sfratto, uscivano tutti per strada con carrettini a trovare casa. Il calendario fa ricordare tante cose della memoria del passato, quella del 1. Maggio a Napoli era la festa dell’ospitalità. Bisognerà non solo ricordarla, ma promuoverla ancora nel tempo che viene, quando saremo usciti da questa siccità della carnalità e per uscire dal nero perché senza sole non se po’ sta.

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