Quale scuola dopo l’emergenza Covid ? Parla il prof. Giancristiano Desiderio

Un anno difficile, questo amaro 2020, per la nostra missione magistrale. Con l’isolamento delle scuole e di molte altre attività culturali, gli incontri frontali con gli studenti sono impossibili da attuare. .Anche le visite al nostro museo Olivetti hanno subito un forte rallentamento.

A questo si aggiunge l’isolamento volontario dei nostri maestri che avendo un’età non più giovanile preferiscono le mura domestiche alla presenza in manifestazioni pubbliche o tra i monobanchi degli istituti. .

Del resto  i Dirigenti scolastici presi dalle gravi responsabilità loro assegnate dal MIUR non sono favorevoli alla presenza di estranei nell’ambiente scolastico e qualsiasi attività scolastica che coinvolge la società viene rimandata a tempi migliori.

Da qui, oltre alla fermata forzata, abbiamo scelto altre vie per rimanere in contatto con il mondo accademico e con i giovani usando le opportunità che la rete internet offre. In definitiva utilizziamo  il telelavoro e le nostre conferenze li facciamo in webinar. sulla pagina Facebook del Museo dinamico della tecnologia A. Olivetti.

Alcune domande sorgono spontanee, ma la scuola sarà quella di prima al termine l’epidemia del 2020? E’ necessario una riforma globale per adeguarla all’esigenze economiche e sociali del paese.?

Siamo convinti di no, dopo questo lungo periodo di chiusura diventa difficile ritornare allo stato di prima quando, anche grazie  al lavoro del Cesaf e dei suoi iscritti, le nostre scuole partner avevano avuto maggiori possibilità di inserirsi nell’ambiente economico ed industriale della comunità su cui gravitano.

Ne parliamo con Giancristiano Desidero docente del liceo Manzoni di Caserta e autore di molte pubblicazioni sul tema. Giornalista, scrittore e studioso di Benedetto Croce.

Per Desiderio, Il problema della scuola italiana non sono i banchi e nemmeno il distanziamento sociale, che è una questione momentanea. Il vero problema con il quale oggi si devono confrontare le famiglie, gli studenti e gli insegnanti è stato creato dallo stesso governo quando ha insistito oltre misura sulla questione della sicurezza creando un mito, quello del “rischio zero”. E oggi è proprio l’esecutivo che deve sbracciarsi a dire che questo mito tale è, dunque non esiste. Ma è stato proprio il governo a crearlo

La scuola è  piombata in un labirinto da cui non si uscirà fino a che non le si riconoscerà una reale e non astratta autonomia. Ma per farlo bisognerà mettere in discussione tutto il suo impianto  statalistico e ancora legato a strutture napoleoniche. Un problema serio che  viene trattato in maniera superficiale da tutti, compresa la stampa

La scuola italiana è diventata un diplomificio perché nasce come un diplomificio. Ossia come una distribuzione di diplomi, di pezzi di carta che, come diceva giustamente Luigi Einaudi, valgono meno dei fogli su cui vengono certificati. La storia della scuola italiana è molto lunga. Su questo aspetto, tutto ruota attorno a quando nasce la scuola di massa negli anni ’70 del ‘900. In appena un anno, il 1969, e con pochi interventi legislativi, viene letteralmente smantellato il sistema precedente, quello della cosiddetta scuola gentiliana, che si basava da una parte sulla funzione dei licei, classico e scientifico e, dall’altra, sulle scuole professionali. Quella riforma, dunque, nacque male e l’unica cosa che restò e resta tuttora in piedi è il valore legale del titolo di studio, dei diplomi che questi istituti distribuiscono affinché gli studenti possano accedere all’Università che, a sua volta, distribuirà altri diplomi, quelli di laurea.  Sia il valore educativo che quello formativo e ancor di più quello culturale è molto basso. In Italia bisognerebbe riportare la scuola…a scuola. A complicare tutto, come è facile rendersi conto sfogliando le cronache, c’è il fatto che il sistema scolastico sia fortemente ministerializzato e attorno al dicastero tutto sta girando in maniera maldestra.

Prendiamo il caso dei presidi. Una volta si chiamavano così, oggi invece sono diventati dirigenti scolastici. Si tratta di una figura relativamente giovane che nasce con quella riforma dell’autonomia scolastica voluta dall’allora ministro all’Istruzione Luigi Berlinguer e che rimonta alla fine degli anni ’90. Ma parlare di autonomia scolastica in Italia è difficile: si è trattato più una riforma linguistica che di una vera e propria riforma sostanziale. Tutto si riduce a una relazione tra il potere di dirigenza del preside e la sua assunzione di responsabilità. Tutto qua, e inoltre, per i dirigenti scolastici c’è ben poco da dirigere. Altro non è, nella prassi, che un funzionario di periferia dello stesso ministero attraverso cui il dicastero gestisce la scuola in questione. Ma il punto vero è che le scuole, che non sono autonome, sono cresciute enormemente sul territorio: abbiamo una popolazione scolastica che ammonta a più di otto milioni di studenti, contiamo oltre 40mila istituti e circa 800mila docenti. Come si può capire anche dai numeri, la scuola si è “allargata” e di molto nelle sue dimensioni materiali. Così il ministero non riesce più né ad amministrare e nemmeno a governare il sistema che, dunque, è sfuggito di mano.

Coloro che dovrebbero governare il mondo della scuola, ignorano come quel sistema si sia costruito durante il lungo corso degli anni. E’ come se si trovassero all’interno di un labirinto di cui ignorano l’uscita. Così tutti i problemi insorti col Covid hanno scatenato quella forma di impazzimento del sistema scolastico italiano che ho definito post-scuola.

 

In Italia non esistono scuole private ma scuole parificate che, come tali, sono istituti che fanno parte, a pieno titolo e secondo le norme di legge in materia, del sistema scolastico nazionale. Il sistema paritario le integra alle scuole gestite direttamente dallo Stato. Pur non essendo gestite direttamente da questo, sono pubbliche a tutti gli effetti e fanno parte, dunque, del sistema nazionale a tutti gli effetti. Se solo non fossero state considerate come scuole di serie B ma come autentiche risorse, forse il Ministero sarebbe riuscito a governare, con maggiore facilità, l’emergenza scolastica durante le fasi dell’epidemia. Purtroppo, per vari motivi (che siano politici, ideologici o “magici” che non conosco e che nemmeno voglio sapere), dal governo hanno fatto la scelta di non avvalersi dell’aiuto delle scuole paritarie. Facendo un autogol. La notizia di oggi è che ci troviamo di fronte a migliaia di studenti e di famiglie a cui non viene garantito il diritto allo studio perché il sistema scolastico italiano è, sostanzialmente, scappato di mano. Non è più governabile. E se la situazione è questa, con una bufera quale è l’emergenza Covid, rifiutare il sostegno del sistema delle paritarie è darsi la zappa sui piedi.

Una democrazia quale ancora vuole essere l’Italia non può permettersi di non avere un sistema scolastico moderno. Che punti non alla distribuzione dei pezzi di carta ma che invece abbia l’obiettivo del merito, dell’educazione e della formazione. Che si basi sulla distinzione chiara tra le conoscenze da una parte, e le competenze dell’altra. E checché se ne possa pensare, insegnare e impartire le competenze non è una funzione scolastica. La scuola, per conservare la sua autentica funzione, deve tornare a essere un valore culturale e puntare su educazione e conoscenza. Le competenze riguardano la fase successiva, seppure fondamentale, della formazione degli studenti e, quindi, dei cittadini.

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