Covid 19: dall’emergenza sanitaria a quella sociale ed economica

Di Giuseppe Ferraro

L’emergenza sanitaria non è ancora finita e già bussa alla porta quella sociale ed economica. Tutte le buone intenzioni, esperienze e proponimenti di questi giorni di “raccoglimento” e di “ripensamento” stando “ai domiciliari” a distanza, rischiamo di restare come le promesse di bambini messi in castigo a dire “non lo faccio più”. Già iniziano a sollevarsi le risse, le polemiche, le infiltrazioni di sospetti nemici, di informazioni false fatte ad arte. Intanto ci ritroveremo in un condizione economica e sociale che possono ricordare solo chi il dopo guerra l’ha vissuto. Siamo impreparati. Si annunciano cambiamenti di costume, istituzionali e produttivi, imprevedibili. Non c’è da spettare. Il dopo è già qui.
Quel rapporto esemplificato nella città di Taranto mette in più chiara luce ovunque che il contrasto tra lavoro e salute, che meglio si comprende come contrasto tra salvare la vita e sviluppo della produttività. Qualcosa deve cambiare. In questi giorni l’economia si è fermata per salvaguardare la vita. Evidentemente erano già in contrasto, se ci si è trovati sguarniti sulle condizioni della sanità, tagliata ogni anno in una logica di “tagli alla spessa” come taglio alla vita. Ce ne accorgiamo solo ora che mancano strutture e medici e che il divario economico tra nord e sud è il divario finanziario che si palesa nello squilibrio della sanità. Stiamo tenendo solo per l’“eroicità” personale, per l’impegno etico. E leggiamo che a dirigere i “centri d’eccellenza” della ricerca sanitaria sono quelli che sono emigrati da qui.
Bisognerà non solo ripensare ma stabilire un legame tra lavoro e salute, per un’economia di sostegno alla vita e non solo di come “consumarla”. Bisogna pensare ancora di più alla politica come manutenzione dei legami sociali. Bisogna lasciare sotto il suo vuoto la politica degli “io al posto tuo” e della “volontà di potere” che si esprimi nei politici dell’antipolitica, pronti alla battuta di spirito e alle farneticazioni.
Bisognerà ripensare alle istituzioni. Non dopo. Il paradosso tra Regioni e Stato è tale che vede le Regioni a statuto presidenzialistico e il Stato come semplice amministratore di tasse e contributi di finanziamenti di promessa. Bisognerà pensare a inverti la statuto. Le Regioni Stato sono già per tale a regime differenziato. Saranno da pensare, forse, le macroregioni; sarà da pensare a alla Sanità pubblica e perciò centralizzata, altrimenti quel “pubblica” è differenziato. Lo stesso per la Scuola e per la ricerca.
L’avanzamento della tecnologia, le forme di lavoro e di studio a distanza, metteranno in risalto nuove forme di vecchie diseguaglianze, che sono sempre quelle, tra forti e deboli, ricchi e poveri, tra riconosciuti e irriconoscibili.
L’Italia del Meridione è chiamata a una prova, la più difficile, della sua storia. Sarà anche l’occasione di rialzarsi e cambiare il corso della sua storia. Il dopo di questi giorni è già presente nell’Italia del Meridione che vive di un’“economia di strada”, “individuale”, fatta di persone e di mestieri, propria, artigianale, contrassegnata come “lavoro nero”, “illegale ma non criminale”. In questi giorni dal tapperziere all’ambulante, dal commesso in alle fabbrichette, si vivono condizioni già diventate difficili e che saranno drammatiche.
Bisognerà senza mezzi termini “legalizzare” quello che fin qui si è chiamato “nero”, stretta tra le tangenti e l’usura della criminalità organizzata, che meglio si chiama “stupidità organizzata”, “cretinità organizzata” da una parte e vessazioni statali dall’altra. Bisognerà trovare forme di aggregazioni delle tante piccole fabbriche chiuse in scantinati, per avere modo di assolvere in modalità collettiva e diversa gli impegni statali e di eliminare con forza la criminalità egoistica e violenta dall’altra.
Bisognerà attivare centri di stribuzione e avere “marchi” di lavorazione propria, fosse anche il “falso d’autore senza imitazioni”.
Il cosiddetto terzo settore avrà modo di esprimersi ancora di più sul piano sociale quando interverrà sul piano economico di sviluppo di una produttività della vita. Il passaggio è sempre quello. Fin qui la generatività è stata scambiata come produttività. Bisogna che si faccia l’inverso e che l’economica diventi generativa.
È l’impegno di ognuno, dovrà finanche cambiare la letteratura, i racconti, i romanzi, le trasmissioni. Dovrà cambiare la Scuola e non solo perché arriva la tecnologia, ma perché la formazione sia generativa. Una scuola senza interrogazioni.
Impariamo tante cose in questi giorni e di questi giorni. Impariamo che il confine è quando ci si dà un fine in comune. Impariamo che la vita non ha confini che non siano fini comuni. Impariamo che la comunità è interiore, non si può imporre per decreto né fissare in legge, perché va sentita dentro ognuno per potersi realizzare in un fuori comune, in un “fuori pericolo” della vita.
Impariamo che la storia della distanza è la stessa dell’interiorità. Impariamo che il vuoto non esiste, come dicevano gli Antichi che ne avevano “orrore”. Il vuoto è quando non ci siamo noi, ma la natura vive, la terra è vita. Là fuori il mare ritorna limpido, l’aria tersa, la bellezza divina. Dovremmo imparare che non sono cinesi o americano o chi altro nemico a iniettare il virus, ma che l’inquinamento e la rissosità e tutto il resto, fa insorgere qualcosa che ci richiama ripensare la nostra la vita e che ci dice di cambiare. Impariamo ad ascoltare la voce della vita in noi in questi giorni di pericolo.
In questi giorni impariamo che siamo alla fine, forse, di una tradizione scritta per un ritorno all’oralità, alla tradizione orale, alla comunità di voci. Cambia finanche internet, meno scritta, più parlata, fatta di immagine e voce. In questi giorni questi impariamo che al rapporto tra le parole e le cose s’impone di pensare e agire in un rapporto tra la presenza e la voce.

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