l’Afganistan e “Lo stato commerciale chiuso”

l’Afghanistan Paese dell’Asia meridionale, ultimamente teatro di violenze, atti terroristici con centinaia di morti, usurpazioni, persecuzioni, lapidazioni, esecuzioni sommarie e limitazioni delle libertà personali, dispone nel suo sottosuolo di minerali, in larga parte di terre rare , oltre ad abbondanti quantità di litio utilizzato per la costruzione delle batterie per le auto elettriche, uranio e rame, con un controvalore stimato tra un minimo di 1000 ed un massimo di 3000 miliardi di dollari.

Eppure, per motivi, tematiche e teorie di ordine politico, che attengono ad idealismi, concettualismi, movimenti di pensiero, che a loro volta appartengono ad una narrativa estranea e non rientrano nella competenza e nella cifra iconografica e stilistica dello scrivente, quel martoriato Paese asiatico è tra i più poveri del mondo. Il PIL pro-capite è di circa 500 $ all’anno, tra i più bassi al mondo, i 38 milioni di abitanti vivono con meno di 2 $ al giorno, dei 9,6 miliardi di $ di riserve valutarie ben 7 sono custoditi presso la Federal Reserve. Il sistema economico dipende per il 43% da rimesse dall’estero, la spesa pubblica è finanziata per il 75% da prestiti agevolati da parte di nazioni straniere, il FMI ha sospeso ogni forma di intervento, la principale risorsa è la produzione di oppio (da cui la definizione di narcostato), il cambio è in continuo deprezzamento, la corruzione è dilagante, l’aspettativa di vita è di circa 45 anni per entrambi i sessi, si registra il più alto tasso di mortalità infantile al mondo, oltre a tanti altri indicatori socio economici e sanitari tutti negativi con un costante peggioramento delle condizioni di vita e la verosimile prospettiva di precipitare nel baratro. In tale contesto, appare di assai difficile comprensione ed interpretazione individuare, indagare, cercare di capire, sia pure con grande sforzo assiologico (studio e comprensione dei valori morali e metafisici), quali possano o potrebbero essere le categorie, le dottrine, le teorie, le concezioni alle quali riferirsi per trovare una qualche chiave di lettura all’esercizio di destrutturazione economica, cioè al quadro di dettaglio della situazione economica, esposto.

In proposito, sebbene con ampia genericità, tentativo di accostamento, prova di parallelismo, ci si potrebbe avvalere degli studi e dei principi di dottrina di politica economica enunciati dal filosofo tedesco Fichte (Johann  Gottieb Fichte 1762/1814) nella sua opera più nota intitolata “Lo stato commerciale chiuso”. Nell’ambito, ed in una visione e configurazione macroeconomica, nella lungimirante prospettiva di porre rimedio allo smantellamento degli Stati e della loro egemonia politica ad opera della globalizzazione, e quindi del prevalere dell’economia sulla politica, la proposta scientifica e letteraria dell’autore fu quella di ideare uno Stato commerciale chiuso. Con discreta simmetria, quello che si sta venendo a creare in Afghanistan, commercialmente, politicamente ed economicamente isolato dalle altre Nazioni del mondo è proprio quello di uno Stato commerciali chiuso, sebbene con e per motivazioni, come precedentemente asserito, di matrice non economica.

In uno stato chiuso, un’autarchia economica e culturale, il consumo e lo scambio di merci non necessitano di tradizioni simboliche e linguistiche né di radicamento delle comunità locali (DOP, IGP, CE, IGT, DOC), in quanto costituiscono un impedimento alla dinamica di autoreferenziale circolazione dei beni centralmente decisa ed imposta. Altresì, la mancanza di libertà nelle sue molteplici espressioni (specie arte, spettacolo, comunicazione), la negazione dei più basilari diritti alle donne, pregiudicano i rapporti intersoggettivi. In assenza di forme relazionali di reciprocità attiva decadono le condizioni per un armonico libero sviluppo delle dinamiche imprenditoriali ed il conseguente collasso dell’economia. Per altro, non risulta neppure possibile ricorrere alla pratica dello strutturalismo economico, studiata per promuovere le economie svantaggiate, arretrate oppure in via di sviluppo.

L’archetipo si applica in quei casi, come quello in narrativa, in cui si rende necessario fare fronte al crollo della valuta nazionale, alla assenza di prodotti da esportare, alla scarsa offerta interna. In queste circostanze si stimola un massiccio programma di industrializzazione, sostitutiva delle merci che non è possibile importare. Ma, nel caso di che trattasi anche questa via è impraticabile per le rigidità e le aporie riferite. Neppure la finanza, a prescindere dagli aiuti internazionali che pure, come detto, sono stati negati dagli Stati esteri ovvero dagli organismi sovranazionali sembra possa andare in soccorso del popolo afgano.

In estrema sintesi la finanza islamica segue la Sharia che in materia di credito fissa tre principi: divieto di chiedere interessi, condivisione dei rischi tra creditore e debitore, obbligo di appoggiare le transazioni su di un attivo reale. Ne consegue l’impossibilità di fare ricorso a prodotti finanziari in alcun modo strutturati o strutturabili.

Se si raffronta, si compara, si confronta  tutto questo con il nostro vivere quotidiano, come quello degli altri  “Paesi avanzati”, per di più ispirato e regolato da una Costituzione spesso definita la più bella del mondo, appare in tutta evidenza la frattura la dicotomia tra due mondi dei quali l’uno proiettato verso l’arretramento, verso le tenebre della civiltà, verso la diaspora, verso le discriminazioni razziali tra diverse etnie e gruppi minoritari, discriminazioni di genere, l’altro verso la luce, verso il progresso, verso la libertà, verso l’evoluzione antropologica e culturale, verso il benessere diffuso.

Prospettiva ed aspettativa, questa, che ha spinto centinaia di migliaia di profughi ad una drammatica, precipitosa fuga verso la libertà tra tante umiliazioni e sofferenze. In particolare quella libertà celebrata nel Nuovo Testamento dalla lettera scritta da Paolo di Tarso 4 – 67 d. c. (San Paolo) ai Galati (abitanti della Galizia). Didascalicamente e molto sinteticamente, il testo fu composto per controbattere una predicazione fatta da alcuni ebrei cristiani che volevano convincere i Galati che l’insegnamento di Paolo era incompleto e che la salvezza richiedeva il rispetto della Legge di Mosè. San Paolo condanna tale orientamento, proclamando la libertà dei credenti e la salvezza per mezzo della fede. Di particolare rilievo l’affermazione del Santo sul superamento delle discriminazioni religiose, sociali e sessuali; egli scrive: “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. In questo evo, nel quale il cristianesimo è fortemente ostacolato dall’individualismo egoistico e dalla ricerca sfrenata del tornaconto personale, soccorre il provvidenziale verbo di Papa Francesco che invita alla “salute spirituale”, ad avere coraggio a mettere in pratica il Vangelo, a praticare il silenzio e l’ascolto, a qualche parola inutile in meno e qualche Parola di Dio in più, ad adoperarsi affinché tutti i popoli sia in patria, sia in transito, sia nei Paesi di accoglienza, possano vivere con dignità, in pace, in libertà, in fraternità.

MDL Cav. Giuseppe Taddei

 

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Pubblicato da maestrilavoro

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