Quaderni del CeSAF: la deglobalizzazione

Prime facie, a prima vista, senza troppo riflettere e prescindendo da analisi ovvero riferimenti scientifici alla storia economica, astraendosi da un approccio eccessivamente maieutico si fa risalire il fenomeno della globalizzazione tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo approssimativamente dagli anni ’90 in poi.

Ben vero, la storia economica contemporanea in questo arco temporale ha fatto registrare una rapida intensificazione degli scambi economici, commerciali, degli investimenti, e dei capitali a livello mondiale. La conseguenza, gli effetti collaterali, come a tutti noto, è stata quella di creare una accentuata interdipendenza delle economie dei singoli stati nazionali, nonché il correlato isoformismo di categorie metafisiche e di pensiero, di carattere sociale, culturale, politico, tecnologico, di costume, come pure lo sfruttamento della mano d’opera, il degrado ambientale, le disparità sociali, la perdita delle identità locali, la limitazione delle sovranità nazionali.

Andando oltre, ampliando la visuale e l’orizzonte della osservazione degli accadimenti e delle funzioni andamentali dei cicli economici, ed acquisendo le testimonianze e gli insegnamenti della storia economica antica, è dimostrato che in effetti il susseguirsi di processi di integrazione e susseguente frammentazione economica e sociopolitica di grandi aree abitate della terra è una morfologia ciclica ricorrente. Si ritiene che la prima globalizzazione risalga alla “Pax Mongolica” realizzatasi intorno all’anno 1200 quando nello spazio euro asiatico si svilupparono intensi flussi commerciali, notevole incremento della produzione, diversificazione e scambio di merci, movimentazione di persone e di flussi di informazioni.

In quel tempo furono tradotti il Nuovo Testamento ed il Libro dei Salmi ed in occidente si ebbe conoscenza delle invenzioni cinesi. L’intensificarsi dei commerci garantì un periodo di prosperità e di stabilità dei regimi politici regionali, pur tuttavia non senza eccidi e stragi perpetrate nei vari circondari del pianeta allora conosciuti. Più o meno ciò che accade anche oggi. Negli anni 30 del XIV secolo si diffuse la c.d. “peste nera” una pandemia di peste che, generatasi in Asia centrale, si propagò poi in tutta Europa provocando milioni di vittime. In tal modo il processo di integrazione geografica conosciuto come “Pax Mongolica” pervenne al suo epilogo. Ancora una volta l’analogia con il presente si configura con caratteri di verosimiglianza molto prossima. Dopo qualche secolo, con l’ascesa delle potenze marittime italiane meglio conosciute come Repubbliche Marinare e successivamente dal XVI secolo, con l’inizio delle grandi esplorazioni, che ebbe come protagonisti prima Francia ed Inghilterra e poi Portogallo, Spagna ed Olanda, lo scenario evolutivo globale cambia profondamente. Si riconfigura di nuovo una sorta di pseudo, quasi ridenominabile, riconfigurabile globalizzazione con proiezioni economiche, sociali, politiche su più continenti il cui meccanismo propulsore è lo sviluppo di potenze economiche e militari basate sul controllo dei mari, che vanno a sostituire i precedenti flussi praticati per via terrestre.

La meteora, l’ascesa e la decadenza delle Repubbliche marinare si concluse nel 1299 con il trattato che pose fine alla disastrosa guerra tra Genova e Venezia e l’avvio di una lunga fase di decadimento. Ancora una volta il ricorso alla forza, alla prevaricazione, alle armi portò alla fine di cicli economici globali e virtuosi. Il leitmotiv, il motivo conduttore, la genesi di evoluzione ed involuzione di stagioni espansive realizzate grazie al genio umano foriere di un generale benessere, inevitabilmente, immutabilmente vengono soffocate, troncate dalla medesima genialità intesa ed utilizzata nel verso contrario. Giungiamo ai secoli XVI e XVII che si connotano e partoriscono, tra l’altro, la “rivoluzione scientifica”, con particolare riferimento a Galileo (1564-1642) e Newton (1642-1726), e la Rivoluzione francese (1789) due processi fondamentali che costituiscono i prodromi ed i presupposti di quella che andrà poi ad essere considerata come la prima globalizzazione dell’epoca moderna materializzatasi alla fine del XIX secolo. In pratica fu per effetto e grazie alla “prima rivoluzione industriale” (1760-1840) che si crearono le pre condizioni necessarie e sufficienti. Da quei presupposti scaturirono “in progress” le dinamiche tecniche ed economiche sulla base delle quali le alterne vicende sociali ed economiche a carattere planetario hanno assunto caratteri ciclici costanti e periodici che hanno costellato gli ultimi due secoli ed i primi decenni di quello attuale. Ridondante a tal punto ricordare le guerre combattute incominciando da Napoleone fino a giungere ai nostri giorni in tutto il mondo per evidenziare ultroneamente l’assoggettamento, la correlazione, variazione ed alternanza di periodi di espansione e di recessione a livello globale direttamente collegati e connessi alle dinamiche dei conflitti e delle guerre combattute con il ricorso alle armi e non solo.

La storia economica contemporanea ci rinnova un racconto già letto, una narrativa lungamente sedimentata nel corso dei secoli che nell’attualità a partire dagli anni ’90 prende le mosse, le forme, le vesti, i connotati di un primo ciclo contraddistinto da democrazia liberale, libero mercato, bassi tassi di interesse, una inflazione bassa o al più contenuta. A questa fase, durata circa trenta anni, è seguito, poi, un secondo ciclo tratteggiato da crescente populismo di maniera sul presupposto della discriminazione e della xenofobia, ripresentazione di un certo autoritarismo, riproposizione di modelli protezionistici, tassi di interesse ed inflazione in rapida salita. Altresì si è palesata la debolezza degli organismi internazionali come l’ONU che non riesce a mantenere la pace, la sicurezza, la cooperazione tra i popoli. In questi ultimi mesi l’integrazione politica ed economica, configurabile e riconducibile ad es. a: Unione Europea, accordi commerciali come il WTO (World Trade Organization – Organizzazione Mondiale del Commercio), la nuova via della seta, quella culturale ad es. progetto “Erasmus”, ma anche ricerca scientifica, concorsi letterari internazionali, fiere del libro, quella finanziaria con l’avvento della moneta unica (Euro) che appariva inarrestabile, si è sfilacciata dando luogo a quel processo che, con la tassonomia del terzo millennio, prende il nome di deglobalizzazione. Con questo lemma, che ricorre alla perifrasi grammaticale seguendo la semantica del c.d. prefisso privativo, si vuole individuare proprio quel processo che, per vie diverse, per molteplici motivi, apre le porte ed avvia l’inizio di una strada solo tendenzialmente opposta, in controtendenza ma non in contrapposizione, ad una rivisitazione in corso d’opera, rispetto a tutto quanto fatto ed accaduto durante l’evo della globalizzazione in un contesto economico espansivo.

Le implicazioni che connotano un processo di causa-effetto che si va a delineare procedono a seguito di: progressivo allentamento degli ingranaggi economici dell’integrazione mondiale e dell’integrazione europea (vedi brexit e rifiuto da parte di alcuni Paesi UE alle sanzioni contro la Russia), ricorso ancora una volta alla guerra che ha accelerato la frammentazione globale (vedi le diverse posizioni prese sullo scacchiere internazionale principalmente di India e Cina), scissione e contrapposizione in due blocchi a livello mondiale dalla geopolitica alla economia. L’invasione della Ucraina ha sottratto il dividendo della pace al bilancio della economia mondiale, la raffica di dazi e tariffe separate volute dalla amministrazione Trump, non del tutto cancellate da quella Biden, hanno prima rallentato e poi intralciato gli ingranaggi degli scambi economici internazionali ed acuito le tensioni con la Cina, la pandemia ha isolato paesi e continenti inceppando il meccanismo del commercio mondiale. Si pensi che sono 100 i fornitori sparsi in decine di paesi diversi che contribuiscono alla produzione di un iPhone. Con l’inceppamento della supply chain, cioè della catena di approvvigionamento si svuota il precetto base della globalizzazione ed il principio della massima convenienza tende ad essere sostituito da quello della autosufficienza. In tale ottica, ad esempio, le aziende manifatturiere tedesche, che al momento dipendono dalla fornitura di componenti prodotti in Cina, sono attivamente impegnate a ridurre questa dipendenza. L’Europa si sta adoperando per una produzione europea di chip che consenta di soddisfare le esigenze di materiale elettronico all’industria dell’auto, nonché alla produzione comunitaria di vaccini.

In tal modo la deglobalizzazione evidenzia i tratti di una montante crisi sistemica, e della conseguente necessità di cambiare gli elementi fondanti del paradigma tecnico economico e politico istituzionale che hanno fino ad ora consentito lo sviluppo delle tecnologie, dei consumi e dei commerci, con il transito da un assetto globale ad un altro dai profili difficilmente ipotizzabili. I rischi sono tanti. Vi è il rischio di una rinazionalizzazione delle economie. Atteso, poi, che la rete di interconnessioni ha creato un sistema globale complesso si può andare incontro al c.d. rischio della “catastrofe della complessità” cioè che eventi o crisi di grandi o piccoli produttori possano causare sconvolgimenti generali proprio per l’esistenza delle interconnessioni. Vi è il rischio di perdere il controllo delle sequenze economiche produttive nella misura in cui le fasi del lavoro manifatturiero e terziario, distribuito in diverse aree geografiche, possano collassare per la mancanza di continuità e raccordo con il sistema logistico complessivo. Oltre al profilo ed al paradigma essenzialmente di natura economico, non va dimenticato quello della fiducia, della correttezza commerciale e della cooperazione tra popoli, valori sui quali fino a qualche mese fa era possibile imbastire proiezioni economiche sostenibili e formare progetti espansivi.

La mancata iterazione ed il venir meno di questi valori, e cioè essenzialmente la mancanza di affidabilità delle controparti a livello di governi nazionali per motivi politici produce e determina il correlato connesso ricorso a produzioni (sia tecnologiche che agricole) il più possibile domestiche (cioènall’interno della singola nazione). Altro tema di una deglobalizzazione congiunturale è quello conseguente alla opportuna, necessaria, graduale sostituzione dei combustibili fossili con le fonti rinnovabili per la produzione di energia; peraltro, nell’attuale contesto, accelerato dalla crisi tra Russia ed Ucraina.

Al riguardo si osserva che in generale l’energia eolica, l’energia geotermica, l’energia fotovoltaica, vengono prodotte ed utilizzate in massima parte nello stesso ambito geografico. Mentre ad es. il petrolio dei Paesi Arabi viene esportato e consumato in tutto il mondo, le pale eoliche, oppure i pannelli fotovoltaici, producono energia che viene prodotta e consumata in ambiti locali e circoscritti che possono essere un’area regionale, oppure un insieme di comuni vicini, tal volta la propria abitazione. In tal modo si configurano, si ripresentano e si ripropongono due modelli economici di un passato che sembrava dimenticato e che angosciosamente si ripresentano con il nome di autarchia e di nazionalizzazione del sistema economico. Forse l’unico aspetto non distorsivo, catastrofista e penalizzante dello scenario economico che si va prefigurando con la deglobalizzazione è l’inversione di tendenza che potrebbe interessare le classi lavoratrici dei paesi più avanzati, in passato penalizzati a causa del decentramento mondiale della produzione, e che ora con i mutati destini di una inversione di tendenza della concorrenza internazionale potrebbero riacquistare potere contrattuale e migliorare

MDL GIUSEPPE TADDEI

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Pubblicato da maestrilavoro

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