la nostra Stefania Brancaccio a “Ruota Libera”

Nello studio di «A Ruota libera» irrompe lo sfogo social di una giovane donna a cui, al colloquio di lavoro, le uniche domande poste sono le seguenti: «ha intenzione di avere una famiglia?» e «dei figli?». Stefania Brancaccio ha un moto di stizza, evidente. Perché «sono e sarò sempre una ragazza del ‘68, di quelle che si arrabbiano». Non solo. Se la sua azienda, la Coelmo, in termini di valutazione del BESt Work Life® (i parametri che determinano se un’azienda fa del benessere dei lavoratori un punto di forza), ha ottenuto un punteggio di 7,1 su 10 non è un caso. Tanto da essere un esempio insieme al Mus.e di Firenze, come ha scritto l’inserto Buone Notizie del Corriere della Sera. La Coelmo è un’impresa etica, chi entra deve condividere un codice, rispettare il manifesto per la parità di genere: retribuzione equa tra uomini e donne, assenza di atteggiamenti violenti o coercitivi, conciliazione vita-lavoro, uguale diritto alla conoscenza e alla crescita professionale. «Non sono leggi, ma convinzioni».

Dunque cosa pensa delle parole della collega Elisabetta Franchi che assume solo donne «anta» che lavorano h24?

«Ovviamente non le posso condividere. Suggerirei di leggere Filangieri che parlava, alla fine del ‘700, delle ore di lavoro: quelle giuste sono 7 o 8. Perché serve rispetto della persona umana. Il diritto alla felicità non può essere ignorato».

In molti settori si parla di crisi di vocazione, aumentano le dimissioni, secondo lei, oggi i ragazzi sono disposti meno al sacrificio?

«I ragazzi che vengono da noi, oltre alla richiesta di uno stipendio equo ed è giusto, sono interessati a come si sta in azienda. Un’azienda può comprare welfare, ma questo non crea benessere».

E cosa crea benessere?
«L’empowerment, avere la libertà di esprimere la propria visione, il proprio punto di vista. Che poi è il vecchio detto “stanco ma felice” di avere realizzato te stesso nel lavoro. I ragazzi sono più attenti di prima».

Perché? Cosa è cambiato?
«Perché ora se ne parla molto di più. Prima il sacrificio, la manualità, erano la condizione naturale del lavoro. Oggi vicino a una macchina a taglio laser ci può stare un’ingegnere donna con tacco dodici. La differenza è che la tecnologia ci sta aiutando a lasciare tanto spazio al pensiero e alla relazione. Ed è una cosa bellissima. È la filosofia dell’industria 4.0, mettere in connessione macchine e persone. Ormai misurare il lavoro in termini di ore e non di progetto, di realizzazione è sbagliato. Si è vecchi».

Dunque lei è a favore dello smart working?
«Certo, ma non del telelavoro fatto in emergenza. Per quelle imprese che se lo possono permettere significa affidare un progetto ad un lavoratore, dandogli gli strumenti, fidarsi della sua capacità, riuscire a stimolare un’imprenditorialità interna, un’indipendenza».

Lei è molto critica nei confronti di molte misure governative: dal Reddito di cittadinanza, alla premialità per le imprese che assumono donne. Perché?
«Elargire danaro senza sollecitare la contropartita, era sbagliato perfino per San Francesco. La povertà, che è un’orribile condizione, si sconfigge con la dignità del lavoro, non con l’elemosina, è offensivo nei confronti dell’uomo. Immaginare poi che certe misure favoriscano l’assunzione delle donne è stupido. Dobbiamo agire culturalmente sull’antica concezione che non si può obbligare una donna ad una scelta. Con gli asili nido non si fanno più figli, che siano utili è fuor di dubbio, ma non ci possiamo fermare a questo».

Cosa è stato il movimento femminista per lei?
«Una fede. Avere fiducia nelle cose che abbiamo fatto. Ci credevamo davvero. Se consideravamo un’impresa irresponsabile, scorretta, la boicottavamo. Ecco oggi mi chiedo: dove sono i giovani? Perché non si scandalizzano più? Non saranno fannulloni, ma egoisti sì, tiepidi come se non avessero più problemi. Forse ho nostalgia delle care ragazze del ‘68. Oggi c’è meno coraggio. Noi abbiamo pensato al bene comune».

Lei è laureata in filosofia. Oggi si parla di manager filosofici. Perché?
«Perché la filosofia insegna a porsi domande e tentare di trovare la soluzione. Oggi si parla dell’uomo al centro, per me è sempre stato così. Ho sempre considerata l’impresa come una cosa vivente e tra viventi e quindi al di là del tecnicismo, dei bilanci, dell’organizzazione, dei risultati economici, un’impresa è un insieme di esseri pensanti. Se non formi le persone a ragionare così, come moltiplicatori di cultura d’azienda, non crei benessere nella società. I lavoratori devono essere persone su cui hai inciso, questa è la nostra responsabilità. Io capivo le lavoratrici perché avevo gli stessi loro problemi. Questo fa una ragazza del ‘68: pensare di poter cambiare il mondo».

dal corriere del mezzogiorno

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Pubblicato da maestrilavoro

ll “Centro Studi e Alta Formazione Maestri del Lavoro d’Italia” in sigla “CeSAF MAESTRI DEL LAVORO” è legalmente costituito in associazione culturale, senza scopo di lucro. Cura e promuove la formazione dei Maestri del Lavoro aderenti e degli affiliati laici intesi come persone non insignite Stella al Merito, ma che perseguono gli stessi fini quali: favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e a diffondere i sani principi a esso connessi, così come richiesto dal decreto del ministero del lavoro firmato dal presidente della repubblica per l’assegnazione della Stella al Merito.