La città che non fa scuola

di Giuseppe Ferraro *
La colpa non è della scuola, è la città che non fa scuola. L’educazione non è una materia d’insegnamento, che rientri in un monte ore. La scuola non è un edificio.
Skolé per il greco indicava il tempo fuori del tempo corrente. Il corrispondente latino era “studium”. Scuola indicava l’edificio interiore, dove si edifica il tempo proprio, quello della memoria condivisa e personale, dove si apprende la consapevolezza, la cura di sé e degli altri, i luoghi e i sentimenti. La memoria è un tale edificio, ha più piani, con scale che portano alle stanze della storia comune e a quella propria che, senza quel comune, non è una storia singolare. Prima della dispersione scolastica, c’è quella sociale. Prima dell’evasione scolastica c’è l’evasione sociale, il disagio, l’esclusione, la fuga.
L’ultimo banco è in fondo alla strada. Le parole sono le stesse, per la città come per la scuola, l’abbandono è nelle strade, nel nostro starci accanto, fra tradizioni conosciute e perdute, mai più trainate e cambiate in altre del presente. Chi fa scuola lo sa, occorre comunità e continuità per apprendere. Bisogna avere un’amica geniale per il proprio romanzo di formazione o è la città piuttosto che deve farsi geniale, per apprendere e sapere cose che non s’imparano a memoria, ma che fanno la memoria propria e comune. Lavorare stanca, diceva Cesare Pavese, anche andare a scuola stanca.
Quando il lavoro è ripetitivo di gesti senza pensare e torni solo a casa la sera, il lavoro stanca, diceva Pavese, diventi un “disadattato”. Anche la scuola stanca quando non ti appartiene, quando imparare a memoria è perdere anche quel poco di memoria che ti rimane di quanto è andato a pezzi.
La questione della dispersione scolastica richiamando l’esigenza e il riconoscimento delle comunità educative, il Terzo Settore, le associazioni. Si capisce subito che il richiamo di fondo è alla Città che deve farsi scuola e non per mettere i banchi in strada. Non sono sufficienti gli osservatori, né bastano i numeri delle dispersioni e degli abbandoni. Anche questi stancano a ripeterli. Le educative territoriali non possono certo sostituire o farsi “scuole di sostegno”, né il “dopo scuola” può essere solo del tempo. Quel “dopo” significa tante cose, richiama la scelta e il desiderio da coltivare. La memoria non è solo un archivio di dati, è risonanza, ricordare è pensare, abitarsi. L’abbandono, l’evasione, l’esclusione si danno quando la memoria manca, quando l’edificio interiore è pericolante, quando il Sé proprio è inabitabile quanto le strade e le case. Sono le abilità sociali che bisogna apprendere in una democrazia sempre più complessa fatta di autocertificazioni, autoinformazione, autostima, autovaccinazione …. È l’alfabetizzazione sociale che manca e che viene scambiata per un processo di istruttoria nella scuola dell’interrogazione, dove non si dialoga, dove s’impara senza apprendere e si ripete senza ricordare. Si finisce per diventare estranei a se stessi. L’azione di recupero dei “ragazzi di strada” è importante, non basta né “intercettarli” né farne “bersaglio”.
In questi mesi di avvio del Progetto AGOGHÈ i SOCIAL TRAINER esprimono allora un’esigenza, sono allenatori sociali che trainano tradizioni ritrovate e rinnovate, curvate all’incontro di regole sociali e relazioni personali di un presente che cerca nel racconto il suo futuro. Sono le famiglie, gli adulti insieme ai giovani che possono ritrovare nella città quella scuola di vita dove apprendere il nostro starci accanto. È quando il presente non è raccontabile che manca di futuro. La scuola è un bene comune, perché è cura personale di un possesso senza proprietà. La Città è quel comune che rende la scuola un bene. È la città che deve fare scuola, non certo sostituirsi alla scuola. Sono due pratiche diverse che interagendo portano a trainare l’una all’altra educazione e istruzione. La dispersione, lo sappiamo, è anche dei docenti in una scuola accerchiata dalla burocrazia e da pon. Allenarsi è allearsi. Starsi accanto. Il Terzo Settore è chiamato a tale alleanza e allenamento. I social trainer allenano all’alfabetizzazione sociale di regole e relazioni, per strada, in cammino, fra la gente, perché ci si allei, perché l’agorà non è l’assemblea del momento, ma è dove ci si incontra e si ha cura. È dai luoghi d’eccezione che crescono le cose eccezionali. Fare il possibile è opportuno, fare l’impossibile è necessario.
* Giuseppe Ferraro  è responsabile della scuola “Filosofia Fuori le Mura”. Ha insegnato Filosofia morale all’Università Federico II di Napoli, ha tenuto corsi alla Albert-Ludwigs-Universität di Freiburg in Germania, alla UERJ in Brasile.
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Pubblicato da maestrilavoro

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