Il figlio porterà per sempre l’infamia del padre ?

A commento della criminalità napoletana che ha ferito  una bimba di quattro anni.

Di Giuseppe Ferraro*.

È l’unica via d’uscita. La più stretta. Vi si passa a uno a uno, standosi vicino.

Posso anche dire che a piazza Nazionale domenica è stata una manifestazione stretta. Non annunciata. Le persone si sono ritrovate a stretto giro di voce.

Bisognava andare sul posto. Appena qualche mese prima eravamo là a tenere l’incontro per gli eventi d’“innamorati di Napoli”, raccontando del “Vasto”, dell’origine di quella parola che rimandava al “basto” controllato dai Davalos come la città di Vasto dove ancora hanno casa e che segnava il confine fra Puglia e Abruzzo e il nostro “vasto” è il punto di arrivo della vecchia via delle Puglie.

Poi il Risanamento al tempo dell’Unità d’Italia e il “vasto” divenne Piazza Nazionale insieme a tutte le vie intorno intitolate a una città d’Italia, esattamente in corrispondenza al nome delle sezioni del carcere di Poggioreale poco distante. In questa piazza, ci si è ritrovati di nuovo e sorprendente è stato leggere quell’unico striscione dove “Amo Napoli” usciva così dalla gola del “disarmiAmo Napoli”.

Si esce coi sentimenti, con l’affezione che diventa affetto, quando l’affezione non è più la dipendenza passiva che pure viene dal rispetto e dal sentirsi protetto, ma diventa passione dell’“indipendenza”, diventa lo stare bene in dipendenza senza perdere se stessi perché uno accanto all’altro, nel volersi bene. È l’unica via d’uscita, la più stretta, perché bisogna essere se stessi per varcarla, non bisogna essere affiliati, il rispetto non basta se non c’è il riguardo. Quando non ci si vede in quello che succede non si riesce a capire quanto ne va di noi stessi, quanto è una parte di noi che viene assorbita in quello specchio opaco del male che sta davanti ai nostri occhi.

Pensiamo che sia degli altri la colpa e il problema. Quelli che sparano, si sparano fra loro e poi dipende dallo Stato, ci vuole più polizia, ci vogliono i militari, ci vuole il lavoro e via di seguito il rosario di ciò che è evidente che è così, ma che non dice come perché non sia cosi. Dipende dagli altri, come se se fossi fuori del quadro che è davanti ai nostri occhi, senza riguardarci in ciò che guardiamo.

Poi quel video, si vede quell’uomo che spara, gli hanno messo in mano la pistola, a casa ne avrà più di una, ma non vede che è una pistola, la usa maldestramente. È indecente. Non deve passare da quelle parti, fra quella gente di quella piazza. Poi di colpo, è brutto dire così, da quel quadro viene fuori la bambina.

Allora non più solo davanti quello che succede, ci siamo dentro, perché i bambini sono figli di tutti, perché i bambini sono i più vicini all’inizio della vita, perché non sanno niente di questo mondo che dovrebbe essere come i bambini non sanno e che dovremmo imparare a sapere non come lo sappiamo che è così e che non ci sta niente da fare.

Poi da quel quadro che inquieta e presenta in movimento la guerra fra clan esce fuori un giovane, ha la faccia pulita, la voce che incespica sul fiato respiro della passione. Prende il megafono, esce fuori dal quel quadro che è davanti a noi e parla dicendo che è figlio di un camorrista, figlio di uno di quelli contro i quali si sta facendo la manifestazione. Antonio dice che bisogna amare il padre, che è la natura stessa che lo impone, la vita vuole che si ami il padre e che si ami il figlio, può succedere quello che vuoi, ma un padre deve avere cura del figlio e un figlio deve avere cura del padre quando non può averne egli stesso cura. Padre si diventa, non lo si è per natura.

La porta stretta è questa, quella dove è più complicato entrare, perché non è facile, bisogna esporsi a tanto. Antonio ha parlato per il padre e per i figli. È un giovane chiaro, pulito, in carcere, a trovare il padre, ci è andato tante volte. Il padre in carcere ha trovato chi gli ha passato qualche libro. Ha incontrato uno “spostato”, uno di quelli che hanno portato in carcere l’arte e la filosofia. Padre e figlio hanno parlato. Hanno capito. Il figlio porterà per sempre l’infamia del padre.

Nella Tragedia dei Greci i figli pagano le colpe dei padri. I Greci inventarono pure l’Etica come genere letterario in cui i padri consigliano i figli a prendere la via della buona amicizia. Nelle Tragedie le eroine sono le donne, le figlie, nell’Etica non ci sono eroine, ci sono consigli del padre al figlio. A lezione un studente che era vissuto senza padre mi chiese come stavano le cose per chi non aveva avuto un padre.

C’è un’Etica della madre che non è fatta di buoni consigli, ma che va diritta a quella porta stretta, con buona apprensione. Antonio parla di Etica e di Valori. Lui ha frequentato l’istituto tecnico ma quelle parole sono uscite dal suo liceo classico, quello che si frequenta parlandosi delle cose vere e non solo di “professionali”. Mi faccio le croci, lo confesso, quando in carcere vedo che la scuola è sempre d’indirizzo professionale o per geometri o per ragionieri in maggioranza. Non capisco. Nelle periferie lo stesso, ci sono gli alberghieri e al massimo il linguisitico.

Antonio parla di Etica e dice che sono i figli che devono adesso aiutare i padri per poter aiutare anche se stessi a trovare una via non segnata dalla criminalità.

Ed io penso a Francesco che mi scrive da Catania da quando il padre gli ha parlato dei nostri incontri in carcere. Mi scrive e mi dice della sofferenza ad essere figlio di mafia e mi racconta di quando bambino ha visto il padre che veniva preso di notte dai Carabinieri. Mi scrive e incontro Adriana, a Palermo, ha la stessa debole voce del padre, gli stessi gesti, lavora come volontaria, ha scelto la via della porta stretta. Poi c’è Vito a Soccavo, poi c’è Bartolo che mi chiede di conoscere il figlio. E lo andrò a trovare Bartolo, appena starò in condizioni. Poi c’è il mio Giuseppe, che è figlio ed ha figli. Ha avuto il nonno più come padre. Ora il carcere gli è più difficile, perché non è più lui quello che vi entrato. Giuseppe ha rivoltato la sua vita come un guanto, l’ha passata e ripassata, ha studiato, è straordinario.

Lo sanno tutti, finanche i cancelli che attraversa. Lo sanno tutti che è cambiato ed è diventato figlio e padre. Questo il Guardasigilli, la Sicurezza, il Magistrato, l’Opinione non lo capisce, non vuole capire, perché non si entra per la porta stretta, ma per quella dell’oblio che è la coperta dove tutto si nasconde, per non riguardarci.

Non ci riguarda sta scritto sulla porta chiusa a chiave del carcere, blindata. Ricordo sempre il più giovane che mi chiedeva come si fa a cambiare. Sono le relazioni che cambiano. Le condizioni giustificano le cose, le spiegano, ma sono poi le relazioni che cambiano cose e situazioni. Non è che uno cambia. Antonio non sarà stato così, è cambiato, ma è lo stesso. È lui. Pure il padre è cambiato, ha incontrato persone che non aveva conosciuto prima. Anche Sasà è sempre lo stesso, gli dico che ha addirittura gli stessi gesti, ma è cambiato, completamente.

La guardia poi mi disse che non era vero che Giuseppe era cambiato, perché glielo aveva chiesto e lui gli aveva risposto che non era cambiato, era sempre se stesso, le relazioni erano cambiate. Quando me lo venne raccontare convito che “quelli non cambiano”, pensai che la guardia non era affatto cambiata, Giuseppe sì, perché bisogna diventare sé stesso, non affatto acquisito, bisogna diventare se stesso cambiano le proprie relazioni quando non ti permettono di essere veramente quello che sei, quando difendi la tua vita non con la morte dell’altro, ma perché sei te stesso ed è questa la porta più stretta.

Ci riguarda. Mi riguarda. Sono di questa Città, ci sono rimasto, sono di queste parti da quando siamo arrivati chissà da dove e come, forse per sfuggire a guerre e ritrovarci un posto così bello.

Aspettiamo allora lo Stato? Lo diciamo al Ministro di Tutto, al Capitano, alias del Duce? Aspettiamo lo sviluppo economico o non è proprio questo sviluppo economico che sviluppa questo quadro? Conviene riprenderci delle parole la crescita è delle piante, della vita, dei bambini e si sviluppa in forma di relazioni educativa, la crescita riferita all’economia è un obbrobrio, richiama la quantità. Il quadro di quell’uomo che spara avanzando con quell’andatura, impugnando in quel modo la pistola fa contrasto con chi viene fuori da quel quadro e cammina con passo sicuro senza andare in cerca di preda, ha la voce piena, l’effetto nel cuore. Ha ritrovato il padre e sa che questo è il momento di un rovesciamento prima inatteso, è il momento che i figli abbiano cura dei padri per ritrovare se stessi.

I ragazzi che sparano sono quelli che i padri poco più grandi loro in età e che sono finiti nella droga, nel sistema, nel carcere e in carcere quando sono in tanti si devono fingere di farsi forti e devono tirare fuori l’orgoglio vacillante di resistere, farsi una ragione, mentre è propria quella ragione che ci si fa per resistere al carcere che bisogna abbandonare, perché quella ragione sostiene il carcere e se stessi carcerati. Non è difficile capire, ma capire non basta, bisogna starci.

Salvatore ha gli occhi chiari, ha un figlio, ne fa cenno spesso negli incontri o sono io stesso a ricordarlo. Salvatore ha talento, anche Antonio ha talento, Enzo ha bontà, calpestata, prova a raccoglierla e rimettere insieme i pezzi per farne uscire la forma che non ha avuto, ma che il padre gli raccomandava. La prima cosa che mi ha chiesto è stata di andare a trovare il padre che ha la pizzeria, perché vedessi che il padre e il nipote sono persone che lavorano. Salvatore e Antonio hanno talento. Salvatore disegna in modo straordinario e non è mai andato a scuola a fare disegno. Antonio avrebbe dovuto studiare economia. Salvatore è un ragazzo che rispetta. Conosce bene il rispetto, sa stare alla parola. Salvatore non conosce solo il rispetto.

L’ho capito bene. Il rispetto senza riguardo è vuoto, formale, astratto, di sudditanza. Il riguardo è il riflettersi in un rapporto di amicizia sentita, perché solo a riguardarti nello sguardo di chi ti vuole bene può capire il bene di cui sei capace. Il rispetto insegna pure la disciplina, quale che sia, il riguardo insegna il volersi bene, l’essere stessi. Allora sei vicino sulla via di quella porta, ci arrivi, basta dire il tuo nome per entrarci, come davanti alla porta della Legge, ma questa volta è la Legge del Cuore, la senti dentro te stesso. Ci terrei a fare una campagna, si adottano tanti monumenti perché non cadano, bisognerà pure adottare un detenuto, per farsi figli e padri, in modo scambievole, come diceva proprio Eraclito, ancora di più in un tempo dove la relazione padre figlio madre figlia si è perduta sul piano genetico e va ripresa su quello che si dice genealogica. La ragazza di Taverna del Ferro mi diceva del padre, mi mostrava la fotografia e poi diceva che non era il padre naturale, che se ne era andato, ma è padre quello che ti vuole bene e ti fa crescere serena. È ormai condizione diffusa. Ci sarebbe bisogno pure di riprendere la stessa relazione con la storia di questa Città e venire fuori dal quadro che continuiamo a tenere davanti senza che ci riguardi come se fosse affare loro, degli altri, del Potere, delle Istituzioni, e a seguire tutto l’elenco.

 

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