I brevetti e la morale

L’insorgere ed il diffondersi della pandemia ha indotto e spinto l’opinione pubblica ad affrontare ed a confrontarsi su tematiche fino a qualche anno fa quasi esclusivamente osservate ed esplorate da una ristretta schiera di studiosi e di ricercatori specializzati nei vari campi delle scienze mediche e biologiche, del diritto, dell’economia.

Nella più recente ed immediata attualità posizioni e visioni diverse si sono manifestate in ambito scientifico riportandosi ed orientandosi in merito alle analisi, esternazioni ed affermazioni non sempre univoche e concordanti di virologi, epidemiologi ed esperti di malattie infettive. Da ultimo la riflessione si è incentrata sulla moratoria, cioè la sospensione, ovvero sulla eliminazione, dei brevetti sui vaccini e sui farmaci anti covid19.

Prima di approdare al dibattito di questi giorni, proviamo ad andare indietro nel tempo ed incominciamo dall’inizio di una storia che parte da lontano e che solo oggi trova spazio ed occasione per farsi conoscere. Forse non tutti ricordano che il primo brevetto della storia risale alla civiltà greca nella città di Sibari dove le nuove invenzioni erano incoraggiate garantendo un anno di profitti ai loro scopritori.

In Italia il primo brevetto risale al 1421 quando l’architetto fiorentino Filippo Brunelleschi ricevette una licenza di 3 anni per l’invenzione di una chiatta provvista di mezzi di sollevamento che trasportava marmo lungo il fiume Arno per la costruzione del Duomo di Firenze. In Inghilterra l’introduzione dei brevetti avvenne nel 1623.  In Nord America nel 1641 furono concessi i primi brevetti per le tecniche di estrazione e nel 1790 per le tecniche di produzione. Nel 1994 venne ufficializzato il trattato internazionale a tutela della proprietà intellettuale nei suoi diversi ambiti di applicazione.

Transitando dal profilo storico a quello giurisprudenziale osserviamo che il brevetto è un titolo giuridico in forza del quale al titolare viene conferito un diritto esclusivo di sfruttamento dell’invenzione, in un territorio e per un periodo determinato, in genere ventennale, che impedisce ad altri di produrre, vendere o utilizzare l’invenzione senza autorizzazione. Tale diritto tutela la c.d. proprietà intellettuale ed industriale, il diritto d’autore, i marchi, i modelli di utilità. Essenziale è il momento in cui si deposita la domanda di brevetto.

In proposto si rammemorano le battaglie legali tra Alexander Bell e Antonio Meucci per l’invenzione del telefono, e quelle tra Nikola Tesla e Guglielmo Marconi sulla paternità della radio. In termini economici il brevetto rappresenta una attività (asset) di grande valore per una impresa, specie per quelle che operano in settori ad alta competitività e durante i periodi di crisi nei quali l’innovazione e la capacità di rispondere alle mutate esigenze di mercato sono indispensabili per la loro sopravvivenza. Pur rappresentando un fattore di costo, tal volta anche notevole, il deposito e l’utilizzo di un brevetto è ampiamente ripagato dai risultati economici che si conseguono direttamente o indirettamente dal suo utilizzo, rilevandosi un prezioso strumento di creazione di valore economico.

Spesso sono disponibili numerosi tipi di incentivazione statale sotto forma di bandi e di agevolazioni fiscali per alleggerire le spese iniziali, che non hanno un immediato ritorno economico, per permettere anche alle piccole imprese, come pure alle start up, di valorizzare la loro capacità di innovazione. L’uso protetto di una invenzione brevettata consente di produrre e vendere in esclusiva beni o servizi innovativi rispetto alla concorrenza oppure di efficientare i processi gestionali senza la possibilità di essere imitati dai concorrenti. In tale contesto si configura, quindi, una situazione di monopolio/oligopolio foriera di vantaggio economico per il nuovo, ulteriore valore aggiunto.

Nel settore farmaceutico ne è prova il caso Astra Zeneca che nel primo trimestre: ha raddoppio l’utile netto, ha fatturato 275 milioni di $, ha generato un utile netto di 1,56 miliardi di $ con operazioni su tutta la sua gamma di farmaci. Pfizer nel primo trimestre 2021 ha segnato ricavi per 14,58 miliardi di $ in aumento del 45% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per BioNTech i ricavi sono schizzati a 2,48 miliardi $ con un utile operativo di 1,66 mld $ contro un rosso di 59,3 mln $ di un anno fa. Moderna, che l’anno scorso aveva un bilancio in rosso, nel primo trimestre ha avuto un utile netto di 1,22 mld $. Jhonson & Jhonson ha registrato un fatturato di gruppo di 22,3 mld $ con un + 7,9%. N.d.r. non a caso nel titolo di questo scritto la parola br&v&tti è scritta con la & commerciale.

Passando dalla notte al giorno, con una virata di 180°, ben altra, diversa e di segno opposto la edificante ed esemplare storia del medico virologo Albert Bruce Sabin che nel 1953 dopo molti lunghi e faticosi anni di ricerca sviluppò il vaccino contro la poliomielite. Egli non brevettò la sua invenzione, rinunciando allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche in modo che un prezzo contenuto potesse garantire una vasta diffusione della cura. Continuò a vivere del solo stipendio di professore, senza percepire neanche un $ dalla sua invenzione, anzi lui che era naturalizzato americano donò i suoi ceppi virali anche all’Unione Sovietica superando le questioni e le barriere politiche per un bene superiore. Intervistato in proposito disse: “è il mio regalo a tutti i bambini del mondo”. N.d.r. altri tempi, altre persone, altri contesti difficilmente replicabili.

Un passato connotato da una visione e da una prospettiva comunitaria ed anti individualistica. Epoca lontana nella quale la dottrina morale insegnava che l’umanità è un soggetto unico che si perfeziona in una cornice sociale. Una umanità asintotica, cioè in avvicinamento senza raggiungerla, alla propria emancipazione, alla completa moralizzazione, ma in continuo inesorabile progresso ed evoluzione. In tal senso, ed in estrema sintesi, sia consentito il richiamo ed il rimando al pensiero filosofico, sia di Hegel che di Fichte, che individua nella comunità etica il paradigma e la precondizione esistenziale di ciascun individuo. Forse memori di questi principi, sia permessa l’eufemistica provocazione, gli USA hanno proposto di sospendere temporaneamente i diritti sui vaccini anti covid, dando luogo alla contesa tra proprietà intellettuale e diritto globale alla salute.

 L’iniziativa, come facilmente prevedibile, ha spezzato il fronte comune alla lotta contro la pandemia che teneva uniti imprese, governi, enti di ricerca, istituzioni internazionali. Da una parte le grandi case farmaceutiche hanno bocciato senza appello l’idea di dover cedere la loro proprietà intellettuale; dall’altra Governi e Stati di tutti i continenti hanno appoggiato la proposta, ad esclusione della Germania. L’A.D. di Pifzer ha evidenziato come la produzione fuori dagli USA e dalla UE sarebbe complicata per problemi legati alla fornitura delle materie prime con la conseguenza di ridurre il numero di dosi prodotte, oltre ai lunghi tempi (oltre un anno) per realizzare nuovi siti industriali. Dello stesso avviso la tedesca BioNTech aggiungendo che la produzione di un vaccino è un processo complesso, sviluppato in più di un decennio, da eseguire da personale esperto al fine di non compromettere la salute dei vaccinati. In Italia Farmindustria è intervenuta in difesa della proprietà intellettuale affermando che solo grazie ad essa oggi nel mondo ci sono 280 vaccini in corso di sviluppo. Ha avvertito, inoltre, che la revoca dei brevetti dirotterebbe risorse e materie prime verso siti di produzione meno efficienti ed affidabili e incrementerebbe le contraffazioni a livello globale. Il Governo tedesco ha affermato che la protezione della proprietà intellettuale è una fonte di innovazione e tale deve rimanere anche in futuro. Sul fronte opposto si sono levate le voci del Governo Italiano per il quale i vaccini sono un bene comune ed è quindi giusto abbattere gli ostacoli alla loro produzione. Di uguale parere la Francia la quale è favorevole al trasferimento di tecnologie e capacità di produzione per favorire l’accesso ai vaccini anche ai Paesi svantaggiati.

A livello internazionale si registra la posizione dell’ONU che sostiene pienamente la proposta di revocare la protezione della proprietà intellettuale sui vaccini anti covid, adottando l’aforisma per il quale nessuno sarà al sicuro dal virus finché non saremo tutti al sicuro.  In tale prospettiva è auspicabile che da parte di tutti i Governi, della opinione pubblica mondiale, di uomini e donne senza distinzione di fede, si individui una terza giusta via per uscire dalla pandemia.

In effetti è la strada individuata e riconoscibile seguendo l’insegnamento di Papa Francesco. Egli ci dice che oltre a guarire dal corona virus i Paesi con le economie più avanzate, nel contempo si devono garantire, in maniera caritatevole, cure adeguate anche alle comunità più povere, nonché a salvarsi dal più pericoloso virus dell’individualismo, dell’atomismo, che ci rende indifferenti alle sofferenze altrui.  In conclusione, rendersi conto che i nazionalismi chiusi impediscono l’auspicato internazionalismo dei vaccini, che le leggi del mercato e della proprietà intellettuale non devono prevalere ma coesistere con le leggi dell’amore e della salute dell’umanità, che solo in una prospettiva ed in una dimensione comunitaria si potrà pervenire ad un sistema economico più inclusivo, equilibrato, giusto, sostenibile moralmente, ontologicamente ed ambientalmente.

MDL Giuseppe Taddei 

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Pubblicato da maestrilavoro

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